
Carneade accademico scettico.

L'ambasceria dei filosofi.

Il mos maiorum (i princpi e i valori della tradizione) dei Romani
era stato messo alla prova molto presto dall'incontro con la
filosofia greca. Gi nel 173 avanti Cristo due filosofi epicurei,
accusati di introdurre a Roma costumi licenziosi, ne erano stati
espulsi: un episodio secondario, ma indicativo del carattere
dialettico e contraddittorio dell'incontro fra mondo greco e mondo
romano. Nel 155 l'ambasceria dei filosofi ripropose il problema
in termini estremamente pi chiari e pi drammatici. L'impressione
che essa fece sui Romani fu talmente grande che dopo un secolo
ancora se ne discuteva, come ricorda Cicerone riportando
l'episodio nel De re publica. Avendo saccheggiato la citt di
Oropo, Atene era stata condannata dai Romani a pagare una forte
multa. Il governo della citt greca decise allora di inviare
un'ambasceria a Roma per perorare la propria causa. La delegazione
era composta da Carneade che aveva portato l'Accademia platonica
su posizioni scettiche, dallo stoico Diogene e dal peripatetico
Critolao; tutti e tre scolarchi e filosofi prestigiosi. In attesa
di essere ricevuti dal Senato, essi tennero una serie di incontri
pubblici, a cui accorsero soprattutto giovani dell'aristocrazia
romana. In particolare, Carneade impression molto l'uditorio per
l'abilit espositiva e per la forza e l'efficacia dei
ragionamenti.
Carneade affront il problema della giustizia. Il primo giorno
egli illustr le posizioni di coloro - soprattutto Platone e
Aristotele - che ritenevano esistesse un criterio oggettivo,
universale e certo per definire la giustizia. Il giorno seguente
sostenne posizioni antidogmatiche, cio che non esiste nessun
criterio oggettivo per la giustizia n per qualsiasi altra cosa:
l'idea di giustizia varia da luogo a luogo e con il passare del
tempo; per cui non esiste alcun diritto naturale, uguale per
tutti, ma ci che  considerato virtuoso qui, non lo  in altre
parti del mondo, e ci che  considerato legittimo oggi pu non
esserlo domani. Le leggi hanno solo un valore convenzionale, e la
loro forza sta nel criterio di convenienza e di utilit in base al
quale sono state formulate. Ora - proseguiva Carneade -  noto che
giusto e utile spesso non coincidono, se non altro perch ci che
 utile a qualcuno molto spesso  di danno a qualcun altro. A
questo punto gli riusc facile collegare l'imperialismo romano
all'aggressione compiuta da Atene contro la citt di Oropo.
Infatti, se l'aggressione in quanto tale  un atto d'ingiustizia,
allora lo stesso diritto dei Romani a possedere un impero doveva
essere messo in discussione: era noto infatti che Roma aveva
costruito il proprio aggredendo gli altri popoli. La conclusione
di Carneade fu che come i Romani consideravano saggio (dal loro
punto di vista) non solo non restituire ci che avevano
conquistato, ma anche ampliare ulteriormente il loro impero, cos
dovevano valutare l'aggressione compiuta da Atene sulla citt di
Oropo come un'azione ragionevole e in definitiva giusta (dal punto
di vista degli Ateniesi). In pratica, il modo di agire dei Romani
veniva accomunato a quello degli Ateniesi: cos che, giustificando
i Romani se stessi, non potevano fare altro, per coerenza logica,
che giustificare anche gli Ateniesi e togliere loro la multa.
Nonostante la sottigliezza del ragionamento, qualcuno si accorse
di quanto fosse pericoloso per Roma, che invece attribuiva alla
giustizia un valore in s, oggettivo e reale. E Catone, che si era
posto a difesa del mos maiorum, convinse il Senato ad espellere
dall'Italia anche questi tre filosofi greci, come nel 173 erano
stati espulsi i due filosofi epicurei

